venerdì 29 giugno 2012

Opus Dei la Chiesa svolga un'indagine - lettera di una donna dell'Opus Dei al prelato Javier Echevarria

Le testimonianze rivelano che, nell'Opera, nulla è mutato. Lo dimostra, tra le altre, la lettera di una numeraria al prelato Javier Echevarría: mancanza di libertà, isolamento, distacco dalla famiglia attanagliano gli adepti. E in molti scelgono la fuga.

Cresce la pubblicazione di testimonianze contro l'Opus Dei, rese soprattutto da donne e uomini che sono usciti dall'istituzione dopo averne fatto parte per alcuni anni. L'Opus Dei controlla ed esamina questa letteratura con più serietà di quanto non riveli la comunicazione ufficiale che riconduce ad esperienze episodiche le critiche che le vengono mosse. Di recente ho potuto parlare con i genitori di due ragazze dell'Opus Dei che mi hanno descritto le misure adottate dall'istituzione per placare i malesseri psicologici o fisici che sono insorti nelle giovani ragazze dopo essere entrate nell'Opera. Entrambe vengono curate da psicologi dell'Opera o comunque scelti dalle direttrici, assumono medicine e cambiano facoltà universitaria dietro suggerimento di chi le dirige spiritualmente. Si adattano a lavori professionali modesti, non coerenti con il loro curriculum. Lavorano all'interno di iniziative apostoliche della prelatura, siano essere opere corporative o lavori personali. Il Campus Biomedico di Roma e alcuni organismi affini sono un buon contenitore di questa manovalanza a basso costo, come anche le amministrazioni delle Residenze Universitarie che richiedono molto personale per il lavoro di cura e la gestione. Purtroppo i racconti non rivelano alcun cambiamento rispetto alla condizione di violenza morale e manipolazione nella quale molte di noi hanno vissuto tanti anni fa. 



Di fronte a questa emorragia di critiche e di vocazioni, l'Opera prende tempo e racconta ai giovani ammessi che qualche volta si è sbagliato per la rigidità con cui sono state gestite le persone, ma che ora si può stare tranquilli, certi errori non si fanno più. Ecco lo stralcio di una lettera inviatami, recentemente, da una soprannumeraria genovese tramite Facebook:



«Ciao, ti ricordi di me? Ero una ragazzina genovese che nel 1991 avevo conosciuto l'Opus Dei e c'eri tu che facevi i viaggi[...] Sono contenta per te perché te ne sei andata...non lo vivevi bene!!! [...] Ora mi sembra che le cose siano cambiate molto..moltissimo. Mi sembra che ora l'unico messaggio nell'Opera sia quello del Papa e della Chiesa e che finalmente siano lontani i tempi delle rigidità eccessive anche per le numerarie. Doveva andare così. C'erano delle cose da mettere a posto e penso sia stato fatto, a livello alto e profondo..»

Questo quindi il messaggio che i direttori/direttrici dell'Opera trasferiscono ai propri membri: ora le cose sono cambiate. Non è più come prima, siamo migliori. 

A riprova invece del fatto che "i tempi delle rigidità" sono attuali e nulla è cambiato segnalo che gli Statuti della prelatura non sono stati modificati e pubblico la traduzione dal castigliano di una lettera che una numeraria ha scritto recentemente al prelato dell'Opus Dei, Javier Echevarría:

Nota: d'intesa con l'autrice della lettera, si sono omessi il suo nome, quello del centro d'appartenenza e quello della città.

Carissimo Padre, 



sono una Sua figlia, mi chiamo [...] e vivo al [...], un centro di [...] che si occupa di aggregate e soprannumerarie anziane.



E' da tempo che non Le scrivo, Padre, da quando mi pongo molti interrogativi, e mi chiedo se possa essere opportuno commentarli con Lei. Non ho molte speranze che questa lettera venga recapitata sino a Lei: i suoi rappresentanti e i suoi collaboratori più vicini penseranno che sia piena di spirito critico e di mancanza di unità e, temendo che possa recarLe disgusto, non la porranno nella cartella che ogni giorno lasciano sul Suo tavolo con alcune lettere che pretendono di essere rappresentative dei suoi figli e figlie sparsi per tutto il pianeta. In ogni caso, eseguirò le mie preghiere nello scriverla, sapendo che il Signore mi ascolta ...

Le posso assicurare, o Padre, che in queste righe non c'è alcuno spirito critico, e ancor meno una mancanza di unità cosciente, tollerata, cercata o desiderata. Si tratta semplicemente di farLe arrivare con spirito costruttivo i miei dubbi, e ciò che vedo che non funziona, anche se chiudiamo gli occhi e pretendiamo che tutto vada come meglio non potrebbe andare, e di cui non so se Lei, da Roma, sia consapevole.

Chiesi l'ammissione a 14 anni e mezzo e ora ne ho quasi cinquanta: se ho qualche merito perché Lei mi ascolti è che ho lasciato i migliori anni della mia vita nell'Opus, perché credetti e credo che sia il mio cammino e la volontà di Dio per me. Benché non sapessi quello che stavo facendo quando chiesi l'ammissione, perché ero ancora una bambina, non ho mai per nulla dubitato della mia vocazione. Quello che non riesco a capire è come conciliare la volontà di Dio con abitudini e pratiche abituali nell'Opus che non sono compatibili né con una mentalità laicale, né con lo stare in mezzo al mondo, né con la vita che conducono "quelli di fuori", "uguali a me", né, se mi è permesso, con il più elementare buon senso.

Si domanderà, o Padre, dove io non veda la volontà di Dio, e le faccio qualche esempio:

Donne adulte, alcune anziane, come le aggregate che seguo, dopo aver chiesto il permesso si comprano uno sgabello per casa loro e discutiamo la questione nel consiglio direttivo locale, nel quale approviamo purché facciano spese di una certa entità, perché nel centro non manchi nulla.

Nel colloquio personale che facciamo durante ogni ritiro mensile si continua a dire di evitare la "famigliosi": o Padre, del mio gruppo di aggregate poche hanno ancora genitori vivi, una di loro ha la madre affetta da demenza senile che non le permette di riconoscere e ricordare da molto - troppo - tempo. Le altre non hanno più i genitori già da molti anni e vedono poco o per nulla la loro famiglia di origine perché, giustamente per non cadere nella "famigliosi", non hanno mai coltivato relazioni familiari e sono sconosciute ai loro stessi fratelli. Quelle che hanno genitori che vivono in un'altra città chiedono puntualmente il permesso quando vogliono andare a vederli e di solito le si esortano a rimandare i loro viaggi per motivi di povertà, disponibilità e attenzione al lavoro di proselitismo, argomenti che cadono da soli se si considerano con oggettività le loro condizioni e i loro incarichi.

L'altro giorno, consideravo, una numeraria del centro (66 anni) mi chiedeva il permesso di guardare la TV per vedere una partita di tennis. Mi venne da dirle: "ovvio, sei in casa tua, non chiedermelo nemmeno". Ovviamente, continuerà a chiederlo. E' quello che si è sempre detto, quello che è previsto, quello che si ripete nei mezzi di formazione e nessun mutamento è buono a priori. O Padre, davvero possiamo sentirci a casa nostra, se non abbiamo neanche la libertà e la responsabilità neanche per le azioni più piccole e dobbiamo chiedere il permesso per ogni cosa? Non Le pare questo un modo di comportarsi più adatto a una residenza di bambine di 12 anni?

Molte delle numerarie e aggregate del mio centro si trovano, sono e si sentono straordinariamente sole. Non hanno amicizie, perché nel periodo della vita in cui occorre coltivare autentiche amicizie hanno cercato soltanto possibili candidate all'ammissione all'Opus, hanno trascorso molti anni frequentando solo ragazze di 20 anni più giovani di loro, la maggior parte delle quali sono sparite e le poche che hanno chiesto l'ammissione e che sono rimaste dentro hanno preso le distanze per evitare ogni apparenza di amicizia particolare. In questo momento non hanno nessuno, e sopportano con rassegnazione una situazione di solitudine.

Ci sono varie aggregate prive di indipendenza economica. Hanno prestato il loro lavoro nelle opere corporative o nei lavori personali dell'Opus, con una retribuzione da miseria e la contribuzione minima richiesta dagli enti previdenziali, nessuno si è preso cura di dar loro condizioni di lavoro che garantissero una pensione decente in futuro. Dov'è la mentalità laicale in simili situazioni?

Vivo con una numeraria che vedo un giorno sì e l'altro ancora con gli occhi gonfi dal piangere e non posso per nessuna ragione chiederle che cosa le accade, perché la direttrice mi ha "spiegato" in ripetute occasioni che non me ne devo preoccupare, che l'unica cosa che devo fare è pregare per lei, che sta semplicemente passando un brutto periodo, ma che è ben seguita. Neanche a me nessuno chiede come sto. Che razza di famiglia sarebbe questa?

Si insulta la nostra intelligenza quando si trattano argomenti nei quali l'Opus ha cambiato linea (mai pubblicamente, come si fa nel resto della Chiesa) o nei quali risulta che le direttrici si siano sbagliate. Mi ha dato indignazione e tristezza sentire nel circolo breve settimanale, alcuni mesi fa, che tutto quello che si riferisce alla direzione spirituale continua allo stesso modo, che in fondo non è cambiato un gran che, perché non si è mai fatto nulla di poco corretto. O Padre, sono stata testimone diretta in vari consigli direttivi locali diabusi flagranti in questa materia.

Tutto è previsto, o Padre. Tutto è scritto, contemplato, indicato, consigliato, normalizzato, stabilito, legiferato, previsto, considerato, pensato, deciso. E la conseguenza è che l'individualità personale, la diversità che implica ricchezza, ha cessato di esistere. Tutte pensiamo allo stesso modo e nel mio paese si potrebbe dire che quasi, quasi vestiamo e parliamo allo stesso modo. Non c'è spazio per la differenza, c'è uno stampo unico al quale o ti adatti, o sei "singolare". Non sarei sicura che sia come un guanto di gomma che si adatta alla forma della mano che lo indossa: è un guanto di ferro al quale è la mano che deve adattarsi anche a costo di perdere la propria forma originale, quella che le diede Dio perché vide che era cosa buona. 

Un'altra conseguenza della normativa che invade tutti gli aspetti della vita è che l'unica cosa che uno può fare è obbedire. O Padre, se non c'è alcuna possibilità alternativa, che merito c'è nello scegliere? Se c'è soltanto un unico cammino, qual è il merito nel seguirlo? La libertà consiste nel poter scegliere tra due o più possibilità, se ce n'è soltanto una la libertà cessa di essere tale. Se non posso connettermi a internet quando lo desidero, come posso rinunciare a connettermi per vivere meglio il tempo notturno? Se mi posso svegliare alle tre del mattino e dire "non mi connetto e prego un rosario" sto scegliendo, se invece ho solo la possibilità di dire un rosario, non sto scegliendo nulla.

A proposito di internet: ha così poca fiducia in me l'Opus dopo 35 anni di donazione che deve controllare l'uso che ne faccio? Seriamente qualcuno pensa che per connettermi dopo le 23.00 commetto peccato mortale? Tengono in così poco conto la mia responsabilità personale, il mio amore a Dio, la mia volontà di fare le cose bene? Il nostro fondatore diceva che si fidava più della parola di un suo figlio che di quella di cento notai insieme ... lui si fidava, e le direttrici no?

L'essere umano impara dai propri errori. Se non posso commetterne, perché tutto è stato previsto e stabilito, non imparerò mai. Presuppongo di non parlare di offendere Dio, perché ho donato la mia vita, parlo di dimostrarLe che desidero essere fedele per adesione volontaria, non perché non abbia altra alternativa. Seguirò il percorso che altri hanno tracciato per me senza sapere se potrò seguirlo o no, o ancor peggio, senza preoccuparmi di ciò. Sono salite in cattedra, hanno deciso che le cose si facessero così, hanno chiuso la porta e hanno buttato la chiave. E' tutto detto, scritto, previsto, scolpito come su pietra. Per sempre. Senza possibilità di cambiamenti. Senza possibilità di adattamenti, benché il mondo cui apparteniamo, nel quale viviamo e che amiamo, cambi e si evolva.

Ho ricevuto innumerevoli commenti, strani silenzi, "complimenti" o "correzioni fraterne" per il fatto di continuare a vedere numerarie e aggregate che se ne sono andate dall'Opera. Come si può comprendere che quelle che ieri erano le mie sorelle, che componevano una famiglia con legami più forti di quelli di sangue, oggi non sono più nulla, non esistono, e si evita di parlare di loro? Devo smettere di voler loro bene, come se l'affetto si potesse governare e tagliare, o come se potesse essere elargito a comando? Sono state condannate in anteprima solo per il fatto di aver lasciato l'Opera? Non sarà forse che abbiamo confuso l'Opus Dei con la Chiesa e che crediamo che "extra Opus Dei nulla salus"? Alcune di loro per me sono un esempio per la loro capacità di perdono, donare la loro vita per gli altri, praticare opere di misericordia o vivere la carità nel senso più ampio, senza restrizioni né costrizioni. 

O Padre, c'è un'emorragia terribile di persone che non restano. Non parlo di vocazioni recenti, parlo di numerarie e aggregate con più di 25 anni di incorporazione definitiva alle spalle. E' possibile che nessuno se ne chieda la ragione? E' possibile che si continui a pensare che siano foglie secche, che sono cadute giustamente e che se se ne sono andate l'unica spiegazione sia che abbiano voltato le spalle a Dio, quando ci rendiamo conto in modo affidabile che questo non è certo? Nessuno ha studiato i punti comuni di queste "diserzioni"? Nessuno si sofferma a considerare cosa stia accadendo? Nessuno fa un esame di coscienza e accetta la possibilità che ci sia qualcosa di errato dentro?

O Padre, non siamo poveri. Di fatto, questa è probabilmente una delle ultime cose che una numeraria dell'Opus Dei possa essere. Ho un tetto più che confortevole sopra la mia testa, tre o quattro pasti al giorno, denaro nel portafoglio che io lavori o no e la assistenza sanitaria che possa servire. Che mi importa di non possedere, se uso e sfrutto? Che mi importa che l'atto di proprietà della casa non sia intestato a mio nome, se vi vivo in pieno diritto? Questo sarebbe povertà? Non mi è mai mancato nulla, e questo è un paese che ha conosciuto alti e bassi economici e politici di ogni tipo: io non ne sono stata toccata, di fatto, non mi tocca nulla di quello che possa accadere nel mondo, perché il mio mondo non cambia. Chi può dire lo stesso? Che razza di essere gli altri sarebbe questo? Quando cambio centro, e già ne ho cambiati alcuni, mi trovo tutto fatto, trovo la pappa fatta.

O Padre, ho cercato di trasmetterle queste considerazioni attraverso i canali regolamentari: l'ho fatto nel colloquio settimanale, con direttori regionali e nazionali: nessuno è capace di darmi risposte, nessuno, senza eccezione. "Prega molto", "non rigirare tanto le cose, sono molto più semplici di tutto ciò", "ci son cose che cambiano, ora c'è internet in tutti i centri", "chiedi un altro incarico" è solo un esempio delle stupidaggini che mi sono state risposte, come se fossi una bimba piccola che si ascolta con compassione fin quando le passa il capriccetto.

Come le dicevo all'inizio, non ho alcuna speranza che questa lettera arrivi in mano Sua, e ancor meno che mi arrivi risposta perché Lei, o Padre, non sa neanche chi io sia, nessuno mi ha ingannata su questo. E dato che sono sicura che ci sono numerose numerarie e aggregate nella mia stessa situazione, e che fanno considerazioni ancora più importanti, volendo assolutamente rimanere nell'Opus ed essere fedeli, ho deciso di rendere pubblica questa lettera attraverso qualcuno che conosco, in un sito che costituisce anatema per l'Opus e che nello stesso tempo, ironia della vita, è molto letto da membri della Prelatura. Aggiungo anche un account di posta per chi voglia utilizzarlo: quieroserfiel@gmail.com. Non so cosa accadrà, forse Dio si servirà di me e di tante altre e altri per cambiar le cose; quello che sì che so con piena certezza è che Dio mi vuole fedele e che l'Opus non ha bisogno di cambiamenti profondi, ma di un rinnovamento simile a quello che fecero santa Teresa nel Carmelo o sant'Ignazio nella Compagnia di Gesù quando fu a Lisbona. E simili cambiamenti devono nascere da dentro e nessuno meglio di chi sta dentro - e, ripeto, desidera continuare a restare fedele - li può provocare.

Prega molto per Lei, sua figlia [nome e cognome].