lunedì 9 maggio 2011

Wojtyla e l'Opus Dei

Giovanni Paolo II ha concesso all'Opus Dei la configurazione giuridica di prelatura personale.

Ho conosciuto abbastanza da vicino Karol Wojtyla, avendo partecipato a numerosi incontri che il pontefice dedicava esclusivamente ai giovani dell'Opus Dei. Il primo si svolse in un cortile del palazzo pontificio, San Damaso, nella Pasqua del 1985; quell'evento fu così intenso che provocò un mio radicale e definitivo "ritorno" alla fede in Dio. Wojtyla stava bene con noi, davamo un'immagine compatta, fedele al magistero, elegante e secolare dell'Opus Dei che la Chiesa spenta e ammuffita di talune parrocchie non era in grado di trasferire. 

Il suo pontificato fu segnato da una vigorosa azione diplomatica contro il comunismo e la teologia della liberazione tanto che fu considerato un artefice del crollo dei sistemi del socialismo reale. Proprio in virtù di questo solco, nacque quell'affinità intellettuale tra Wojtyla ed Escrivá, che portò Giovanni Paolo II a concedere all'Opus Dei la configurazione giuridica della prelatura personale. 

Ecco come si esprimeva - in modo poco dialettico ma piuttosto emotivo- l'anticomunismo di Escrivá 

«E se mi domandaste se voglio bene ai comunisti, ebbene si, anche ai comunisti! Al comunismo, no: è un'eresia....piena di eresie, un materialismo brutale che conduce alla tirannia; ma ai comunisti si, gli voglio bene, perché ne hanno molto bisogno»

Quanto all'avversione per la teologia della liberazione, è chiara la reazione negativa di Escrivá che ne denuncia la confusione dottrinale, la rilassatezza di costumi e la paragona ad un "mare di ipocrisia", ad una "sfacciataggine corruttrice"; ammonì i fedeli dell'Opera con indicazioni precise perché non andassero "fuori strada": la Chiesa era malata e stava passando un "tempo di prova":


«Abbiamo dovuto sopportare - e come mi duole l'anima riferirlo - un deplorevole carosello di personaggi che, dietro la maschera di profeti dei tempi nuovi, cercavano di nascondere...il volto dell'eretico, del fanatico, dell'uomo carnale o del risentito orgoglioso»

L'Opus Dei attraverso l'ottenimento della configurazione giuridica della la prelatura personale , ossia un'associazione di fedeli che - come recita il codice di diritto canonico - ha lo scopo di promuovere un'adeguata distribuzione dei presbiteri o di attuare speciali opere pastorali, ottenne ciò che di fatto desiderava realmente: una maggiore autonomia dalle gerarchie ecclesiastiche locali. E ciò si realizza grazie a Karol Wojtyla che, mediante la costituzione apostolica Ut Sit del 28 novembre 1982, approva gli Statuti o atti costitutivi dell'Opus Dei. Ecco allora che l'Opus Dei, attraverso il ben noto bagaglio argomentativo, inizia a dichiarare -erroneamente - di essere parte della gerarchia ecclesiastica: "Pertanto, le prelature personali sono istituzioni che fanno parte della struttura gerarchica della Chiesa" (sito www.it.josemariaescriva.info) contraddicendo formalmente quanto stabilito dal codice di diritto canonico che disciplina le "prelature personali" nel libro II, parte I° (dedicata ai "fedeli") e non nella parte II° (dedicata alla "costituzione gerarchica della Chiesa"). Il conferimento della prelatura personale all'Opus Dei, concessa da Giovanni Paolo II , rappresenta un'operazione ambigua perché oltre a consentire all'istituzione un'autonomia senza precedenti nella storia della Chiesa non vincola l'istituzione allo scopo specifico delle prelature personali così come previsto dal nuova edizione del codice canonico del 1983, e cioè, come già spiegato, l'attuazione di speciali opere pastorali. L'Opus Dei infatti ha come scopo la santificazione dei fedeli laici, obiettivo pastorale comune ad ogni ambiente cattolico e principio ampiamente predicato da tutti i documenti del Concilio Vaticano II. 

In tanti si chiedono cosa abbia ricevuto in cambio Giovanni Paolo II per aver concesso all'Opus Dei un così grande privilegio.