lunedì 14 marzo 2011

Lo stipendio spirituale

OPUS DEI: SECONDO QUANTO DICHIARATO IN UN ESPOSTO ALLA GUARDIA DI FINANZA RISULTANO VIOLATE LEGGI DELLO STATO IN MATERIA DI DIRITTO DEL LAVORO.

Il 24 febbraio 2011 ho ricevuto per posta un plico di documenti che contiene, tra le altre cose, anche  copia di un esposto alla polizia tributaria della Guardia di Finanza, acquisito agli atti l’8 agosto 1993. Nell’esposto, che ha l’obiettivo di denunciare diverse irregolarità e violazioni di legge, sono descritte le vicende professionali di una persona che è stata assunta come lavoratore dipendente presso enti privati riconducibili alla prelatura della Opus Dei; infatti come ho già raccontato nel  capitolo “Denaro e proprietà” del mio libro [Dentro l’Opus Dei – ed. Chiarelettere, 2009] queste strutture sono affidate, per quanto attiene la gestione, a membri dell’Opera,  comparendo  come beneficiarie nei testamenti olografi formulati e sottoscritti dai numerari e dagli aggregati della Opus Dei.

Chi entra nell’Opera si sottomette totalmente alla volontà dei direttori secondo lo stile spirituale forgiato dal fondatore Escrivá de Balaguer, il quale ai suoi figli insegnava:
- “Convinciti che se non impari a obbedire non sarai efficace”. Oppure: - “Quando ricevi un ordine, nessuno ti superi nel saper obbedire!”. In un passaggio iniziale dell’esposto si legge:

«Ho accettato questi contratti perché ho accettato l’appartenenza all’Opus Dei come membro interno incardinato a vita».

L’obbedienza cieca, che in modo rocambolesco il fondatore ha voluto chiamare intelligente,  indica la necessità di interiorizzare i comandi espressi dai direttori, ed è un tema formativo su cui si insiste molto all’interno dell’istituzione. Un concetto che, se  trasferito su persone senza un adeguato livello di istruzione, può generare abusi della personalità e violazione dei diritti umani. Primo tra tutti quello di autodeterminazione nelle scelte religiose e professionali. Ciò significa strumentalizzare la “vocazione divina” a favore dell’istituzione, violando la legislazione in tema di lavoro. La persona che ha presentato l’esposto dichiara:

«In tutti questi anni di lavoro non ho percepito la retribuzione dal momento che gli stipendi venivano fatti solo firmare»

E il periodo di tempo cui si riferisce è durato almeno vent’anni, non sei mesi.

Qualora queste dichiarazioni, che vanno prese con il garantismo del caso, trovassero riscontro giuridico, potrebbe configurarsi un’oggettiva violazione sia delle norme che regolano il rapporto di lavoro, sia di quelle che regolano il rapporto contributivo e previdenziale, dal momento che la persona assunta presso gli enti-Opus Dei non ha mai percepito la retribuzione, limitandosi a firmare le buste paga.

La liquidità relativa agli emolumenti veniva ritirata direttamente da un’unica persona dell’Opus Dei, per essere poi depositata su un deposito  non intestato al lavoratore. Si legge infatti che

«gli stipendi vengono consegnati al mattino dalla segretaria della C.C. e al pomeriggio ritirati da quella dell’Opus Dei».

Tra le accuse che la prelatura ha ricevuto in questi anni c’è quindi quella della presunta violazione di norme in tema di diritto del lavoro, proprio in considerazione del fatto che l’appartenenza alla stessa induce i fedeli membri a scorrette posizioni di subordinazione non solo nella sfera della coscienza individuale  ma anche in quella lavorativa. In relazione a fatti analoghi avvenuti nell’ Opus Dei è stata promossa, dagli onorevoli Orazio Licandro e Severino Galante, un’interrogazione parlamentare (seduta 109 del 14/02/2007) per sapere se “alla luce della disciplina vigente in materia di rapporti con la Chiesa cattolica, il Governo non ritenga di poter intraprendere misure volte… a monitorare il rispetto della normativa in materia di tutela del lavoro anche da parte di tali gruppi e movimenti”.

Il rapporto di lavoro che legava l’autore dell’esposto alla Opus Dei si è svolto presso più enti legati alla stessa, uno dei quali è la Cooperativa Elis, coinvolta nelle recentissime indagini sulle assunzioni facili all’Ama di Roma (Azienda Municipale Ambientale Spa), indagini secondo cui l’ Elis si sarebbe occupata anche della selezione del personale per l’azienda comunale, senza averne il titolo e percependo un lauto compenso per l’incarico svolto.

In considerazione delle innumerevoli testimonianze che oramai da tempo denunciano abuso e maltrattamento all’interno della Opus Dei, è urgente interrompere le prassi di violazione dei diritti che l’istituzione, indisturbata, può ancora adottare. L’Opus Dei farebbe un grande servizio alla Chiesa cattolica se si occupasse davvero solo di spiritualità, come viene costantemente sbandierato anche dal prelato Javier Echevarría, che in un’intervista rilasciata nel 2006 a Le Figaro rispetto alle questioni finanziarie legate a iniziative di membri dell’Opera dichiarava che «l’Opus Dei non interviene e non vuole intervenire, soprattutto in considerazione di un sano principio di autonomia e di rispetto delle competenze: “a ciascuno il suo mestiere e ogni cosa va a dovere”».

Perché l’Opera afferma una cosa e ne fa un’altra? Perché lo stipendio di alcuni membri dell’istituzione viene sistematicamente sottratto e fatto confluire su depositi non intestati al lavoratore? E siccome il cardine della sua spiritualità è la «santificazione del lavoro ordinario», c’è da chiedersi se il modo attraverso cui l’istituzione traduce questo principio sia davvero la strada giusta per il Paradiso.